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  • Antylia – La vie en Rosè

    By Gianni Bradipo

    Ca’ Stelle vuole promuovere davvero l’uva autoctona Camaiola e non gli basta aver già vinto la sfida in purezza lanciata con l’equilibrato Alkeys e con l’avvolgente Dolce Andromyda. Di questo grappolo così antico, che solo per una serie di scelte bizzarre del passato continua ad essere chiamato Barbera del Sannio e a caratterizzare la denominazione di origine, a Castelvenere vogliono esaltarne tutte le caratteristiche, sfruttarne per intero le potenzialità. Con tali obiettivi nasce dunque Antylia, rosé dai profumi vellutati di ribes e lampone.

    Un vino che sembra fatto apposta per accompagnare gli antipasti di salumi tipici del territorio, come i primi piatti di mare e, in particolare, le zuppe di pesce, ma anche quelle di legumi del Sannio. Un prodotto piacevole e versatile che sa farsi apprezzare in diverse occasioni e non delude mai, con una solida spina dorsale garantita dalla freschezza sempre spiccata.

    Naturalmente Ca’ Stelle non poteva far mancare a questa etichetta il riferimento degli astri. Antlia è infatti una costellazione molto piccola che si traduce con il curioso nome di “Macchina Pneumatica”, chiaramente riferito ad inventori e scoperte più moderne, anche perché individuata in tempi recenti (1754). Ma Antlia era anche una ruota che permetteva di portare l’acqua da un livello all’altro nell’Antica Grecia. Certamente si tratta di una simbologia legata alla capacità di innovare e di affrontare la sfida tecnologica, nella quale l’azienda campana eccelle, sapendo guardare oltre il presente. Del resto, in questa famiglia amano proprio osservare le stelle e in loro trovare la giusta ispirazione.

    Ma Il nome di questa bottiglia trova forse spunti suggestivi in un altro simbolo, anche più calzante di quelli legati al cosmo, oltre che molto coerente con uno degli obiettivi principali che questa azienda del beneventano si pone ormai da anni. Proprio Antilia è infatti il nome di una leggendaria isola dell’Oceano Atlantico, forse la stessa Atlantide. Antilia era un’isola che nel passato si trovava sulle mappe di tutti i grandi navigatori ma che oggi non è più segnata. Potrebbe non essere mai esistita oppure, al contrario, esserci ancora ma in una posizione un po’ diversa e con un altro nome.

    E allora è forse proprio questo il significato che dobbiamo dare al nostro vino rosé. Il richiamo a questa costante ricerca di illuminare la forza di un vitigno che c’è sempre stato ma che oggi ancora nessuno può vedere completamente; quell’uva che si imbottiglia come Barbera del Sannio ma che, in un pugno di comuni della Valle Telesina, conoscono tutti e da sempre come Camaiola. Antylia, insieme ad Alkeys e a Dolce Andromyda, ce lo vuole ricordare con una produzione di eccellenza.

  • Alkeys – Barbera e Camaiola

    Il nome di un’uva che non ti aspetti in Campania. E infatti non è uva Barbera. A volte le scelte compiute dai territori e dalle persone del passato si scontrano con il buon senso e seppure esista una DOP Barbera del Sannio, resta difficile non associarla all’omonimo grappolo tipico del Piemonte. Eppure, neanche si assomigliano. In realtà il vitigno che Ca’ Stelle vinifica per questa denominazione di origine, si chiama Camaiola. Ed è così che dovrebbe e dovrà chiamarsi la DOP.

    Perché la Camaiola è, più di ogni altra uva, tipica di queste colline, di Castelvenere, di questa zona in terra sannita dove viene recuperata in purezza e non più utilizzata come uva da taglio per sfruttarne il colore intenso. Si discute molto dell’origine greca di tanti vitigni conosciuti ma questo è decisamente autoctono e merita di essere rilanciato, a partire dal suo nome originale.

    Insomma, la Camaiola è figlia legittima solo di questo territorio, più della Falanghina e dello stesso Aglianico che è il Re del Sannio, certo, come la Falanghina ne è la Regina, ma solo se comprendiamo tutta quella regione che nell’antichità andava dall’Abruzzo meridionale al Molise, passando per la Campania nordorientale. In tal caso la Camaiola è un nobile locale, comunque riferimento più tipico della Valle Telesina e delle sue colline. Non una cosa da poco, sapendo che ospita le aree più vitate di tutta la Campania e che Castelvenere è stata “Città Europea del Vino” 2019.

    E allora coccoliamo questo vino con le cure migliori, dalla vigna alla cantina, promuoviamolo sul mercato, esaltiamolo con i sapori che lo circondano, tuteliamolo nella sua tipicità. È facile, perché Alkeys si sposa alla perfezione con i colori e i profumi del suo terroir, al centro di un areale popolato di vigne, oliveti e meleti. Bacia appassionatamente i gustosi primi piatti con ragù e pasta fresca della zona, si completa con il tradizionale caciocavallo locale di media stagionatura.

    Anche questa etichetta di Ca’Stelle ama guardare in alto verso le stelle e forse verso una in particolare (Alkes) che, guarda caso, si trova in una costellazione a forma di coppa, nella quale degustare un vino che piace nei profumi e nel gusto. Va bevuto con leggerezza, avvolti dalla morbidezza dei sentori di frutta rossa e di rosa e viola, oltre che da un’alcolicità presente ma non ingombrante. Ma sempre in ottimo equilibrio con le durezze, a partire da un tannino che non aggredisce il palato. Un vino che non delude mai e non esagera nella struttura, perché non vuole strafare, anche se da Ca’ Stelle stanno già guardando a nuovi orizzonti, tanto che nella costellazione di Andromeda lo fanno già affinare in botti di rovere e con il nome di Antylia, hanno già prodotto un interessante rosato.

  • Aspetti storici in relazione al vitigno e al territorio

    Se dovessimo affermare che il vino è nato con l’uomo, probabilmente avremmo una bassa percentuale di errore. Per inverso, il rapporto tra vite e uomo è sicuramente a favore della vite. La prima specie di vitis “vitacee“, si data infatti a 65 milioni di anni fa, ancor prima della deriva dei continenti. È facile intuire il percorso espansivo oltre a quello evolutivo, indispensabile a garantirne la sopravvivenza, catalizzato esclusivamente dalle diverse condizioni pedoclimatiche, che ne determinano specie diverse e – tra le stesse – diverse attitudini genetiche.

    Quella di interesse particolare, è la vitis vinifera, archeologicamente datata con l’era dei metalli, periodo nel quale l’agricoltura è agli albori. Inizia quindi un lento processo di conoscenza e approfondimento che ancora oggi è in atto.

    La coltura della vite e la pratica della vinificazione accompagnano l’uomo in un rapporto antico, simbiotico e di reciproco condizionamento. A dirla tutta, il vero il rapporto è a quattro: vite, vino, uomo e Natura. Tali elementi, trattati per le specifiche caratteristiche, in un contesto di correlazione e contestualizzazione sia temporale che territoriale, ci aiutano a capire il vino e la sua storia in termini di processi evolutivi ed involutivi.

    Sono pochi i prodotti agricoli che conoscono una diversità paragonabile alla vitis vinifera e ai vini dal cui frutto dipendono; le differenze riguardano le specie, così come le condizioni ambientali di ciascun territorio.

    Tale diversità dipende non solo dalle condizioni geologiche e climatiche, ma in egual misura da un rapporto di mutuo scambio che l’uomo ha saputo creare con l’ambiente circostante, dando forma a una specifica identità culturale fondamentale per comprendere la comparsa e la diffusione della viticoltura nel mondo. Inoltre, lungo il corso della storia questa ha assunto un ruolo di fondamentale importanza nella sfera economica, sociale, politica e più in generale ideologica.

    A tal proposito, da un punto di vista economico, si può fare riferimento all’uso del vino come moneta di scambio  presso i Romani. I “galli” barattavano uno schiavo per un’otria di vino. Tanto che della Campania ne fecero area esclusiva di produzione, ne contingentarono le produzioni applicando i primi criteri di zonazione, così da produrre vino differenziandolo per area produttiva – quella costiera e quella pedemontana del massiccio del Matese “Sannio e Irpinia” – e per tipologia di consumo, diversamente orientato in funzione della classe sociale a cui era destinato: esercito, plebe e patrizi.

    Ancora… si può sottolineare il ruolo della viticoltura nella sfera politica citando l’Editto di Domizianodel I secolo ma anche considerando gli effetti della Guerra dei Cent’anni sul commercio del vino tra Inghilterra e Aquitania e dell’influenza del Trattato di Methuensulla produzione di Porto. A questi fattori non si può non aggiungere il forte valore ideologico e simbolico di cui il vino e la vite si sono caricati, sia in epoca classica con i rituali bacchici sia successivamente con l’eucarestia cristiana. Tutti questi aspetti hanno peraltro disegnato una specifica geografia del paesaggio viticolo che, considerando la portata delle dinamiche sopra descritte, diventa l’espressione delle trasformazioni e delle interazioni fra strutture economiche, sociali, ideologiche e politiche di un popolo in una data epoca storica.

    La viticoltura, nel corso della storia, è stata continuamente modellata alle diverse esigenze umane, determinandone sia percorsi evolutivi che involutivi (intendendo per involutivi tutti quei processi che vedono il vino come mero strumento di sola soddisfazione economica). La stessa, però, vede anche eventi naturali di grande rilevanza.

    È da evidenziare quello del 79 e 472 DC quando l’eruzione del Vesuvio, distrugge buona parte degli areali produttivi. Evento da considerarsi, paradossalmente di grande favore alla viticoltura, giacché ne consegue la diffusione della vite nell’Impero Romano, oltre che nel modificare la struttura mineraria dei suoli, determinando condizioni pedologiche di grande favore. Il Sannio, in tal senso, ne è stato particolarmente favorito.

    Nel 1858, in Francia si evidenzia un letale parassita della vite – la fillossera – che distrusse vigneti tanto che la produzione enoica francese, nell’anno 1887, risultò essere ridotta di circa il 60% rispetto alle normali produzioni. La viticoltura era seriamente minacciata!

    In Italia nel 1879 ancora non si registrava questa “piaga”, ma la minaccia era alle porte, tant’è che il 1894 evidenzia il Piemonte, la Lombardia, la Sicilia e la Sardegna quali regioni particolarmente colpite da questo parassita della vite.

    Intanto, in attesa di soluzioni scientifiche risolutive e in un contesto di enormi difficoltà, ciascuna area produttiva è alla ricerca di potenziali vitigni maggiormente resistenti alla fillossera. In una sorta di confusione generale si perdono o abbandonano i vitigni così detti “storici e/o autoctoni” così che gli stessi, per ragioni principalmente commerciali, si reidentificano con il nome di vitigni meglio brandizzati.

    Tracciare un percorso storico della Camaiola in Castelvenere, è compito molto arduo: esistono testimonianze documentali che ne accertano la produzione anche in termini vivaistici, ma purtroppo se ne perdono le tracce – o quanto meno si confondono – quando, anche in area Campana all’inizio del novecento, si diffonde la coltivazione del Barbera piemontese.

    L’ampelografo Marrocco, forse ad arte o inconsapevolmente, parla di un Barbera di Castelvenere. Probabilmente anche per opportunità commerciali, risultò conveniente proporre l’originale prodotto Camaiola, con il nome Barbera.

    Oggi è dimostrato, per indagine genetica, oltre che da una evidenza fisica, che non esiste alcuna similitudine tra l’uva Barbera Sannita e quella Piemontese. Proprio per questo motivo sono in atto formali procedure tese ad ottenere il riconoscimento e l’inserimento nell’ALBO NAZIONALE DELLE VITI come nuovo e storico vitigno, unico al mondo, che di fatto si produce in Castevenere e pochissimi altri comuni limitrofi.

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