fbpx
  • Alkeys – Barbera e Camaiola

    Il nome di un’uva che non ti aspetti in Campania. E infatti non è uva Barbera. A volte le scelte compiute dai territori e dalle persone del passato si scontrano con il buon senso e seppure esista una DOP Barbera del Sannio, resta difficile non associarla all’omonimo grappolo tipico del Piemonte. Eppure, neanche si assomigliano. In realtà il vitigno che Ca’ Stelle vinifica per questa denominazione di origine, si chiama Camaiola. Ed è così che dovrebbe e dovrà chiamarsi la DOP.

    Perché la Camaiola è, più di ogni altra uva, tipica di queste colline, di Castelvenere, di questa zona in terra sannita dove viene recuperata in purezza e non più utilizzata come uva da taglio per sfruttarne il colore intenso. Si discute molto dell’origine greca di tanti vitigni conosciuti ma questo è decisamente autoctono e merita di essere rilanciato, a partire dal suo nome originale.

    Insomma, la Camaiola è figlia legittima solo di questo territorio, più della Falanghina e dello stesso Aglianico che è il Re del Sannio, certo, come la Falanghina ne è la Regina, ma solo se comprendiamo tutta quella regione che nell’antichità andava dall’Abruzzo meridionale al Molise, passando per la Campania nordorientale. In tal caso la Camaiola è un nobile locale, comunque riferimento più tipico della Valle Telesina e delle sue colline. Non una cosa da poco, sapendo che ospita le aree più vitate di tutta la Campania e che Castelvenere è stata “Città Europea del Vino” 2019.

    E allora coccoliamo questo vino con le cure migliori, dalla vigna alla cantina, promuoviamolo sul mercato, esaltiamolo con i sapori che lo circondano, tuteliamolo nella sua tipicità. È facile, perché Alkeys si sposa alla perfezione con i colori e i profumi del suo terroir, al centro di un areale popolato di vigne, oliveti e meleti. Bacia appassionatamente i gustosi primi piatti con ragù e pasta fresca della zona, si completa con il tradizionale caciocavallo locale di media stagionatura.

    Anche questa etichetta di Ca’Stelle ama guardare in alto verso le stelle e forse verso una in particolare (Alkes) che, guarda caso, si trova in una costellazione a forma di coppa, nella quale degustare un vino che piace nei profumi e nel gusto. Va bevuto con leggerezza, avvolti dalla morbidezza dei sentori di frutta rossa e di rosa e viola, oltre che da un’alcolicità presente ma non ingombrante. Ma sempre in ottimo equilibrio con le durezze, a partire da un tannino che non aggredisce il palato. Un vino che non delude mai e non esagera nella struttura, perché non vuole strafare, anche se da Ca’ Stelle stanno già guardando a nuovi orizzonti, tanto che nella costellazione di Andromeda lo fanno già affinare in botti di rovere e con il nome di Antylia, hanno già prodotto un interessante rosato.

  • Cassyopea: Fresca Vanità

    Come nascono le stelle

    Cassyopea Falanghina Bio - Come nascono le stelle Ca'Stelle

    Cassyopea è una Falanghina che esprime un personalissimo gusto della bellezza e della bontà; una consapevolezza che rasenta la vanità con quei profumi tipici e quella freschezza che si impone al gusto senza però alterare un equilibrio sempre attento all’eleganza e alla piacevolezza.

    Una personalità ispirata non a caso dal nome che si porta dietro, quello del personaggio mitologico che della bellezza fece tale vanto da far infuriare le divinità fino a spingerla a rischiare il sacrificio della figlia Andromeda per poi trasformarsi nella nota costellazione a zig zag.

    La nostra Cassyopea, però, non fa infuriare nessuno e non sacrifica proprio niente, capace come è di esprimersi al meglio in ogni situazione, dall’aperitivo, all’abbinamento con un classico primo piatto di pesce, fino ad una tradizionale zuppa di legumi del Sannio. Insomma, è vanitosa, perché si piace e si fa piacere, ma non è presuntuosa e ha il coraggio di presentarsi in tutta la sua purezza, senza trucco, nella sua versione biologica. Questa bottiglia è capace di mettere d’accordo proprio tutti, perché è ciò che sa fare meglio questo vitigno, con i sentori di fiori e frutta a polpa bianca e con la sua versatilità.

    E poi qui, a Castelvenere, questa Falanghina sa di giocare decisamente in casa, di ritrarre la bacca bianca tipica di queste zone. Sa di rappresentare al meglio la storia millenaria del Sannio che si respira in ogni borgo, di caratterizzare paesaggi magnifici che riempiono l’occhio, dove il vino, l’olio extravergine e la mela annurca invadono l’olfatto. Regina, come Cassiopea lo fu dell’Etiopia, di una terra generosa. Perfetta sposa di un bel piatto di cavatelli con i broccoli, che nel beneventano sono di casa.

    La nostra Cassyopea è una stella che brillerà a lungo, come la costellazione visibile per tutta la notte alla quale si richiama nell’etichetta. Quel gruppo di stelle che dalla stagione della vendemmia in poi si mostra in tutta la sua magnificenza nella volta stellata dell’emisfero boreale.

    Cassyopea resterà protagonista della produzione di questa famiglia del beneventano, che del vino di qualità ha permeato la propria esistenza e del legame con i miti e i simboli dell’Antica Grecia, da dove molte delle uve conosciute provengono, ha fatto il suo marchio estetico e simbolico. Perché amare la propria terra e la storia della propria famiglia, rende le persone orgogliose e quindi più capaci di ottenere il meglio da entrambe.

    By
    Gianni Bradipo

  • Aspetti storici in relazione al vitigno e al territorio

    Se dovessimo affermare che il vino è nato con l’uomo, probabilmente avremmo una bassa percentuale di errore. Per inverso, il rapporto tra vite e uomo è sicuramente a favore della vite. La prima specie di vitis “vitacee“, si data infatti a 65 milioni di anni fa, ancor prima della deriva dei continenti. È facile intuire il percorso espansivo oltre a quello evolutivo, indispensabile a garantirne la sopravvivenza, catalizzato esclusivamente dalle diverse condizioni pedoclimatiche, che ne determinano specie diverse e – tra le stesse – diverse attitudini genetiche.

    Quella di interesse particolare, è la vitis vinifera, archeologicamente datata con l’era dei metalli, periodo nel quale l’agricoltura è agli albori. Inizia quindi un lento processo di conoscenza e approfondimento che ancora oggi è in atto.

    La coltura della vite e la pratica della vinificazione accompagnano l’uomo in un rapporto antico, simbiotico e di reciproco condizionamento. A dirla tutta, il vero il rapporto è a quattro: vite, vino, uomo e Natura. Tali elementi, trattati per le specifiche caratteristiche, in un contesto di correlazione e contestualizzazione sia temporale che territoriale, ci aiutano a capire il vino e la sua storia in termini di processi evolutivi ed involutivi.

    Sono pochi i prodotti agricoli che conoscono una diversità paragonabile alla vitis vinifera e ai vini dal cui frutto dipendono; le differenze riguardano le specie, così come le condizioni ambientali di ciascun territorio.

    Tale diversità dipende non solo dalle condizioni geologiche e climatiche, ma in egual misura da un rapporto di mutuo scambio che l’uomo ha saputo creare con l’ambiente circostante, dando forma a una specifica identità culturale fondamentale per comprendere la comparsa e la diffusione della viticoltura nel mondo. Inoltre, lungo il corso della storia questa ha assunto un ruolo di fondamentale importanza nella sfera economica, sociale, politica e più in generale ideologica.

    A tal proposito, da un punto di vista economico, si può fare riferimento all’uso del vino come moneta di scambio  presso i Romani. I “galli” barattavano uno schiavo per un’otria di vino. Tanto che della Campania ne fecero area esclusiva di produzione, ne contingentarono le produzioni applicando i primi criteri di zonazione, così da produrre vino differenziandolo per area produttiva – quella costiera e quella pedemontana del massiccio del Matese “Sannio e Irpinia” – e per tipologia di consumo, diversamente orientato in funzione della classe sociale a cui era destinato: esercito, plebe e patrizi.

    Ancora… si può sottolineare il ruolo della viticoltura nella sfera politica citando l’Editto di Domizianodel I secolo ma anche considerando gli effetti della Guerra dei Cent’anni sul commercio del vino tra Inghilterra e Aquitania e dell’influenza del Trattato di Methuensulla produzione di Porto. A questi fattori non si può non aggiungere il forte valore ideologico e simbolico di cui il vino e la vite si sono caricati, sia in epoca classica con i rituali bacchici sia successivamente con l’eucarestia cristiana. Tutti questi aspetti hanno peraltro disegnato una specifica geografia del paesaggio viticolo che, considerando la portata delle dinamiche sopra descritte, diventa l’espressione delle trasformazioni e delle interazioni fra strutture economiche, sociali, ideologiche e politiche di un popolo in una data epoca storica.

    La viticoltura, nel corso della storia, è stata continuamente modellata alle diverse esigenze umane, determinandone sia percorsi evolutivi che involutivi (intendendo per involutivi tutti quei processi che vedono il vino come mero strumento di sola soddisfazione economica). La stessa, però, vede anche eventi naturali di grande rilevanza.

    È da evidenziare quello del 79 e 472 DC quando l’eruzione del Vesuvio, distrugge buona parte degli areali produttivi. Evento da considerarsi, paradossalmente di grande favore alla viticoltura, giacché ne consegue la diffusione della vite nell’Impero Romano, oltre che nel modificare la struttura mineraria dei suoli, determinando condizioni pedologiche di grande favore. Il Sannio, in tal senso, ne è stato particolarmente favorito.

    Nel 1858, in Francia si evidenzia un letale parassita della vite – la fillossera – che distrusse vigneti tanto che la produzione enoica francese, nell’anno 1887, risultò essere ridotta di circa il 60% rispetto alle normali produzioni. La viticoltura era seriamente minacciata!

    In Italia nel 1879 ancora non si registrava questa “piaga”, ma la minaccia era alle porte, tant’è che il 1894 evidenzia il Piemonte, la Lombardia, la Sicilia e la Sardegna quali regioni particolarmente colpite da questo parassita della vite.

    Intanto, in attesa di soluzioni scientifiche risolutive e in un contesto di enormi difficoltà, ciascuna area produttiva è alla ricerca di potenziali vitigni maggiormente resistenti alla fillossera. In una sorta di confusione generale si perdono o abbandonano i vitigni così detti “storici e/o autoctoni” così che gli stessi, per ragioni principalmente commerciali, si reidentificano con il nome di vitigni meglio brandizzati.

    Tracciare un percorso storico della Camaiola in Castelvenere, è compito molto arduo: esistono testimonianze documentali che ne accertano la produzione anche in termini vivaistici, ma purtroppo se ne perdono le tracce – o quanto meno si confondono – quando, anche in area Campana all’inizio del novecento, si diffonde la coltivazione del Barbera piemontese.

    L’ampelografo Marrocco, forse ad arte o inconsapevolmente, parla di un Barbera di Castelvenere. Probabilmente anche per opportunità commerciali, risultò conveniente proporre l’originale prodotto Camaiola, con il nome Barbera.

    Oggi è dimostrato, per indagine genetica, oltre che da una evidenza fisica, che non esiste alcuna similitudine tra l’uva Barbera Sannita e quella Piemontese. Proprio per questo motivo sono in atto formali procedure tese ad ottenere il riconoscimento e l’inserimento nell’ALBO NAZIONALE DELLE VITI come nuovo e storico vitigno, unico al mondo, che di fatto si produce in Castevenere e pochissimi altri comuni limitrofi.

  • Cos’è il Barbera del Sannio

    La Campania è una terra felice, dove Bacco ama scorrazzare libero con il suo seguito allegro, festoso e trasgressivo. La sua presenza si annusa ovunque, passando per le campagne piene di pianure, colline e anfratti paludosi, dove mille rivoli giocano a formare un fiume e viceversa.

    Dalle pianure, calcari bianchi svettano irti – e veloci – a raggiungere gli appennini del Matese e dell’Irpinia. In ognuno di questi habitat vi è una specie di vite che racconta la storia di un passato che è presente.

    Lo stupore che mi accese la scoperta di un vino talmente diverso dagli altri fino ad allora conosciuti mi fece domandare in quale terra fossi “atterrato”. Erano i primissimi anni di frequentazione di una zona che, solo all’apparenza, mi era apparsa normalmente bellissima. Anche se, a quei tempi, la Campania per me era solo una terra di passaggio. Qui i vini parlano di sé, ma se li sai ascoltare, ti connettono con la civiltà in cui sono stati selezionati nei secoli di scelte umanissime, marza dopo marza, in un rapporto intimo tra il contadino e la sua vigna.

    Il “Barbera del Sannio”, ancora lo chiamavamo così per un vezzo di un signore mercante “chissà chi” del primo Novecento, mi stupì per colore e soprattutto per odore e sapore. Non ce ne sono uguali, non ce ne sono di migliori nel suo genere. Allora non avevamo ancora capito bene le sue virtù, ma certo ci facemmo prendere da esse e ci fu caro Bacco quella notte.

    Il momento di raccogliere il Camaiola, vero nome di questo vitigno, quello che si lega alle tradizioni dialettali del Sannio, è determinato non dalla fredda curva di “maturazione tecnologica”, ma dal momento del suo gemere, quando cioè dalla bacca (ormai matura) scende una piccola lacrima solo a toccarla. Questa, in quel momento, deve essere turgida, florida, rigogliosa e così rossa da apparire quasi nera. Questo vitigno parla spontaneamente di sé e non dobbiamo interrogarlo con analisi chimiche e/o sensoriali, ma solo conoscerlo.

    Alla vendemmia le sue uve devono essere raccolte in cassette basse, quasi a coccolarlo, non si pigia l’acino e si fa fermentare senza stress. Al momento della svinatura tutto è pronto per farci inebriare dal suo profumo e dai suoi aromi, che si sprigionano al primo suo travaso ripagandoci di tutte le nostre fatiche.

    Ci sono più modi per far maturare il Camaiola: in botti di rovere o in modo fresco e giovanile.

    Il colore rimane sempre intenso, dal suo rosso rubino le sfumature vertono a riflessi violacei, mentre il suo odore avviluppa con il ricordo di frutti rossi, pepe e rosa: è bello tuffarsi alla scoperta di profumi che si esaltano a seconda del vino che se ne vuole trarre e, da lì, rimanere sospesi tra cielo e terra!

    Sì, perché la sua versatilità ha permesso a noi di tenerlo come vino giovane oppure di farlo maturare in botte, o ancora di crearne un rosato.

    Quando questo nettare si fa largo nella nostra bocca, il palato gusta la rotondità dei suoi tannini dolci e miti, ancora rimanda la mente alla pienezza delle bacche dei rovi, allo schiudersi dei loro fiori, alla polpa delle “cerase”.    

    Abbinamento cibo:

    rosato: primi piatti delicati in salsa rossa a base di carboidrati, zuppe di pesce, salumi.

    rosso fermo: Primi piatti in salsa rossa  a base di carboidrati, carni rosse, formaggi semistagionati non piccanti. Eccezionale con pesce saporito (per esempio il baccalà).

    Dolce Andromyda: primi piatti a base di salsa dolce, accostamenti caramellati e pasticceria  secca. E’ molto apprezzato anche da solo, riesce molto piacevole e appagante anche così.

    Firmato:
    La società del Bacco estinto. Rinato.

  • Intervista a RadioNews24 di Venanzio Assini

    Per il video integrale dell’intervista:
    Intervista a Venanzio Assini – Ca’Stelle -RadioNews24

    1. Effetto economico della Pandemia sul mercato visto e analizzato e osservato dalle giovani leve delle aziende vitivinicole.

    Prima che per le nostre Aziende, la situazione è umanamente difficile. Ci troviamo di fronte a qualcosa che non abbiamo ancora sotto controllo e che porta con sé un numero elevato di vittime. A questo va aggiunto che l’interesse di tutela sanitaria non coincide con la capacità finanziaria ed economica che le persone e le aziende hanno per sostenersi, oltre alle difficoltà dello stato italiano che già prima della pandemia mostrava grossi problemi in termini economici e finanziari.

    Di certo, attualmente, alcune regole del mercato sono in evoluzione. Le aziende familiari, come la nostra, si muovono sempre più verso la trasformazione digitale, sia in termini di sistemi di produzione, che di gestione e comunicazione commerciale, con l’obiettivo di neutralizzare l’andamento a singhiozzo dei canali di vendita tradizionale (ho.re.ca.) ed equilibrarlo con i canali digitali più innovativi (market place ed e-commerce).

    In generale, al giorno di oggi, è importante essere vicini ai propri collaboratori, siano essi clienti finali o operatori commerciali intermedi: in altri termini bisogna essere uniti, coesi e compatti davanti a un problema che coinvolge tutti.

    • Il futuro del vino italiano e le tendenze della domanda dei consumatori nazionali e internazionali.

    Il vino italiano è un prodotto che rappresenta un comparto di eccellenza nazionale, apprezzato sia in Italia che all’estero;non a caso siamo una nazione leader della produzione mondiale. L’Italia è anche leader di Biodiversità, gode sia di terreni e condizioni climatiche favorevoli sia di una smisurata Cultura ed Esperienza produttiva,dunque vanta un’ottima ed eterogenea produzione di uve e,quindi, di vini.

    Dall’altro lato, i consumatori italiani tendono ad essere consapevoli del prodotto, generalmente il loro processo di acquisto è basato sull’acquisizione ed interpretazione di numerose informazioni: Terroir,Vitigni, caratteristiche dei Vini e dei Valori dell’Azienda, fino ad arrivare agli abbinamenti Cibo/Vino.

    In questo senso gli italiani sono molto più preparati dei consumatori stranieri, che comunque stanno iniziando a ufficializzare la necessità di informazioni.

    Quello che stiamo notando – e che ci fa certamente piacere – è che i consumatori finali hanno intrapreso un percorso di educazione alimentare molto forte, dove vi è sempre maggiore attenzione alla fruizione del vino anche in termini di abbinamento di differenti tipologie di vino e cibo, anche a seconda delle diverse occasioni e contesti di utilizzo, evitando così abusi o usi non sani.

    • Ca’Stelle, i valori e la sua traduzione in prodotti ed esperienza.

    Ca’Stelle, la nostra azienda si muove proprio su questa direzione. L’obiettivo è quello di coinvolgere il nostro consumatore finale, con il quale creare un rapporto sempre più stretto, unico, valoriale e di fiducia, cercando di unire necessariamente tutti gli operatori commerciali, quelli tradizionali ed innovativi.

    Dobbiamo rispettare la nostra missione che è quella di ricercare, analizzare, definire e valorizzare vini autoctoni del nostro Sannio. Viti a volte dimenticate come la Camaiola da cui nasce il Barbera del Sannio, o viti che vengono confuse con la stessa famiglia ma con origini diverse come la Falanghina del Sannio.

    Per noi il Territorio, la nostra Cultura sono la nostra Identità. I nostri Prodotti, in alcuni casi unici in tutto il mondo, racchiudono la nostra voglia di raccontarci e il rispetto ambientale il nostro valore più grande da condividere. Tutto questo oggi è più facile, anche grazie all’utilizzo della tecnologia di comunicazione che rappresenta un grande aiuto nell’esportare l’experience – in primis – del vigneto, poi della cantina e – infine – della degustazione verso il nostro consumatore.

  • Ca’Stelle: l’esperienza, il vino e il web

    “L’esperienza insegna”: una frase formata da tre sole parole, un articolo un sostantivo e un verbo per essere più precisi. Non so quante volte l’ho sentita pronunciare e ogni volta ne imparo un nuovo aspetto, sorprendente ed inatteso. Da poco ne ho scoperto un nuovo significato.

    Tutto comincia qualche anno fa, quando entro a far parte del team di Castelle, con mansioni completamente diverse da quelle di adesso, dopo un master in “HR Management”. Risorse umane ma anche con una formazione moderna di gestione aziendale… Un ruolo specifico, ma al contempo generico, ma che strideva un po’ all’interno di una piccola realtà nella produzione di vino, uno dei processi produttivi più antichi sia della nostra terra con l’iniziale minuscola che della nostra Terra che invece vuole una maiuscola per indicare un territorio molto più ampio.

    Nell’epoca del web, dove il mondo intero è ravvicinato da complicati algoritmi e il sistema di produzione principale è quello binario, raccogliere acini di uva per ricavarne ciò che era definito “nettare degli Dei” sembrerebbe quasi anacronistico. Eppure le due cose hanno un punto fondamentale in comune: l’esigenza primordiale di condivisione.

    È così che quel www così simile alla vite di un cavatappi è diventato il mio campo d’azione, il luogo dove promuovere senza più confini ciò che i miei conterranei conoscevano già fin troppo bene: la qualità dei vini prodotti nel Sannio.

    Non è stato facile… e i primi tentativi di affermare le referenze di Castelle su di un mercato così vasto come può esserlo solo il globo intero, non sono stati certo incoraggianti. Ma quando passione e perseveranza si incontrano nulla diventa impossibile e ciò che verrebbe da definire “difficile” diventa, in realtà, uno stimolo.

    Dopo poche settimane mi vedo travolto, così come tutti i cittadini italiani nonché del mondo, dalle misure di contenimento per far fronte all’emergenza pandemica COVID-19. In un primo momento vidi come un ostacolo alla mia attività quelli che passeranno alla storia come DPCM e che ci hanno costretti a rinchiuderci in casa per lungo tempo, senza rendermi conto che stavo per scoprire un mondo tutto nuovo e che fino ad allora avevo totalmente ignorato.

    Abituato a rapportarmi con aziende di distribuzioni, ristoranti, enoteche e importatori, avevo perso di vista un target che era (ed è) forse più importante: il singolo individuo. Un “bacino di utenza” enorme, ma soprattutto persone che – come me – vedevano nel vino una via non di fuga bensì di vicinanza con la realtà.

    Gli ordini sulla piattaforma di Amazon si facevano ogni giorno più numerosi e io mi accorgevo di essere non di fronte a tanta umanità, ma accanto. Ogni bottiglia che confezionavo e preparavo per la spedizione era destinata alla tavola di qualcuno e la sua presenza su di una tavola mi faceva sentire un po’ un commensale di quelli che superficialmente definivo “clienti”.

    Solo oggi mi rendo conto che una parte del Sannio e più precisamente di Castelvenere ha viaggiato più di quanto non abbia fatto io stesso verso altri luoghi e altre culture sparse lungo tutto lo Stivale. Diventando qualcosa in comune tra Nord, Centro e Sud. Minimo comune multiplo di una comunità così diversa, ma così simile.

    Ed eccoci a oggi, a poco più di un anno di distanza dall’inizio di questa mia avventura, che la gestione di ordini, resi e logistica non ci fa più paura. Ci verrebbe dire che sia merito dell’esperienza maturata, ma se ci rifletto bene credo sia più per l’insegnamento: ciò che trasforma l’impegno in orgoglio, il lavoro in missione e gli ordini in soddisfazioni.

    Dario Villaccio – Ca’Stelle Web Manager

it Italian
X