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  • Cassyopea: Fresca Vanità

    Come nascono le stelle

    Cassyopea Falanghina Bio - Come nascono le stelle Ca'Stelle

    Cassyopea è una Falanghina che esprime un personalissimo gusto della bellezza e della bontà; una consapevolezza che rasenta la vanità con quei profumi tipici e quella freschezza che si impone al gusto senza però alterare un equilibrio sempre attento all’eleganza e alla piacevolezza.

    Una personalità ispirata non a caso dal nome che si porta dietro, quello del personaggio mitologico che della bellezza fece tale vanto da far infuriare le divinità fino a spingerla a rischiare il sacrificio della figlia Andromeda per poi trasformarsi nella nota costellazione a zig zag.

    La nostra Cassyopea, però, non fa infuriare nessuno e non sacrifica proprio niente, capace come è di esprimersi al meglio in ogni situazione, dall’aperitivo, all’abbinamento con un classico primo piatto di pesce, fino ad una tradizionale zuppa di legumi del Sannio. Insomma, è vanitosa, perché si piace e si fa piacere, ma non è presuntuosa e ha il coraggio di presentarsi in tutta la sua purezza, senza trucco, nella sua versione biologica. Questa bottiglia è capace di mettere d’accordo proprio tutti, perché è ciò che sa fare meglio questo vitigno, con i sentori di fiori e frutta a polpa bianca e con la sua versatilità.

    E poi qui, a Castelvenere, questa Falanghina sa di giocare decisamente in casa, di ritrarre la bacca bianca tipica di queste zone. Sa di rappresentare al meglio la storia millenaria del Sannio che si respira in ogni borgo, di caratterizzare paesaggi magnifici che riempiono l’occhio, dove il vino, l’olio extravergine e la mela annurca invadono l’olfatto. Regina, come Cassiopea lo fu dell’Etiopia, di una terra generosa. Perfetta sposa di un bel piatto di cavatelli con i broccoli, che nel beneventano sono di casa.

    La nostra Cassyopea è una stella che brillerà a lungo, come la costellazione visibile per tutta la notte alla quale si richiama nell’etichetta. Quel gruppo di stelle che dalla stagione della vendemmia in poi si mostra in tutta la sua magnificenza nella volta stellata dell’emisfero boreale.

    Cassyopea resterà protagonista della produzione di questa famiglia del beneventano, che del vino di qualità ha permeato la propria esistenza e del legame con i miti e i simboli dell’Antica Grecia, da dove molte delle uve conosciute provengono, ha fatto il suo marchio estetico e simbolico. Perché amare la propria terra e la storia della propria famiglia, rende le persone orgogliose e quindi più capaci di ottenere il meglio da entrambe.

    By
    Gianni Bradipo

  • Aspetti storici in relazione al vitigno e al territorio

    Se dovessimo affermare che il vino è nato con l’uomo, probabilmente avremmo una bassa percentuale di errore. Per inverso, il rapporto tra vite e uomo è sicuramente a favore della vite. La prima specie di vitis “vitacee“, si data infatti a 65 milioni di anni fa, ancor prima della deriva dei continenti. È facile intuire il percorso espansivo oltre a quello evolutivo, indispensabile a garantirne la sopravvivenza, catalizzato esclusivamente dalle diverse condizioni pedoclimatiche, che ne determinano specie diverse e – tra le stesse – diverse attitudini genetiche.

    Quella di interesse particolare, è la vitis vinifera, archeologicamente datata con l’era dei metalli, periodo nel quale l’agricoltura è agli albori. Inizia quindi un lento processo di conoscenza e approfondimento che ancora oggi è in atto.

    La coltura della vite e la pratica della vinificazione accompagnano l’uomo in un rapporto antico, simbiotico e di reciproco condizionamento. A dirla tutta, il vero il rapporto è a quattro: vite, vino, uomo e Natura. Tali elementi, trattati per le specifiche caratteristiche, in un contesto di correlazione e contestualizzazione sia temporale che territoriale, ci aiutano a capire il vino e la sua storia in termini di processi evolutivi ed involutivi.

    Sono pochi i prodotti agricoli che conoscono una diversità paragonabile alla vitis vinifera e ai vini dal cui frutto dipendono; le differenze riguardano le specie, così come le condizioni ambientali di ciascun territorio.

    Tale diversità dipende non solo dalle condizioni geologiche e climatiche, ma in egual misura da un rapporto di mutuo scambio che l’uomo ha saputo creare con l’ambiente circostante, dando forma a una specifica identità culturale fondamentale per comprendere la comparsa e la diffusione della viticoltura nel mondo. Inoltre, lungo il corso della storia questa ha assunto un ruolo di fondamentale importanza nella sfera economica, sociale, politica e più in generale ideologica.

    A tal proposito, da un punto di vista economico, si può fare riferimento all’uso del vino come moneta di scambio  presso i Romani. I “galli” barattavano uno schiavo per un’otria di vino. Tanto che della Campania ne fecero area esclusiva di produzione, ne contingentarono le produzioni applicando i primi criteri di zonazione, così da produrre vino differenziandolo per area produttiva – quella costiera e quella pedemontana del massiccio del Matese “Sannio e Irpinia” – e per tipologia di consumo, diversamente orientato in funzione della classe sociale a cui era destinato: esercito, plebe e patrizi.

    Ancora… si può sottolineare il ruolo della viticoltura nella sfera politica citando l’Editto di Domizianodel I secolo ma anche considerando gli effetti della Guerra dei Cent’anni sul commercio del vino tra Inghilterra e Aquitania e dell’influenza del Trattato di Methuensulla produzione di Porto. A questi fattori non si può non aggiungere il forte valore ideologico e simbolico di cui il vino e la vite si sono caricati, sia in epoca classica con i rituali bacchici sia successivamente con l’eucarestia cristiana. Tutti questi aspetti hanno peraltro disegnato una specifica geografia del paesaggio viticolo che, considerando la portata delle dinamiche sopra descritte, diventa l’espressione delle trasformazioni e delle interazioni fra strutture economiche, sociali, ideologiche e politiche di un popolo in una data epoca storica.

    La viticoltura, nel corso della storia, è stata continuamente modellata alle diverse esigenze umane, determinandone sia percorsi evolutivi che involutivi (intendendo per involutivi tutti quei processi che vedono il vino come mero strumento di sola soddisfazione economica). La stessa, però, vede anche eventi naturali di grande rilevanza.

    È da evidenziare quello del 79 e 472 DC quando l’eruzione del Vesuvio, distrugge buona parte degli areali produttivi. Evento da considerarsi, paradossalmente di grande favore alla viticoltura, giacché ne consegue la diffusione della vite nell’Impero Romano, oltre che nel modificare la struttura mineraria dei suoli, determinando condizioni pedologiche di grande favore. Il Sannio, in tal senso, ne è stato particolarmente favorito.

    Nel 1858, in Francia si evidenzia un letale parassita della vite – la fillossera – che distrusse vigneti tanto che la produzione enoica francese, nell’anno 1887, risultò essere ridotta di circa il 60% rispetto alle normali produzioni. La viticoltura era seriamente minacciata!

    In Italia nel 1879 ancora non si registrava questa “piaga”, ma la minaccia era alle porte, tant’è che il 1894 evidenzia il Piemonte, la Lombardia, la Sicilia e la Sardegna quali regioni particolarmente colpite da questo parassita della vite.

    Intanto, in attesa di soluzioni scientifiche risolutive e in un contesto di enormi difficoltà, ciascuna area produttiva è alla ricerca di potenziali vitigni maggiormente resistenti alla fillossera. In una sorta di confusione generale si perdono o abbandonano i vitigni così detti “storici e/o autoctoni” così che gli stessi, per ragioni principalmente commerciali, si reidentificano con il nome di vitigni meglio brandizzati.

    Tracciare un percorso storico della Camaiola in Castelvenere, è compito molto arduo: esistono testimonianze documentali che ne accertano la produzione anche in termini vivaistici, ma purtroppo se ne perdono le tracce – o quanto meno si confondono – quando, anche in area Campana all’inizio del novecento, si diffonde la coltivazione del Barbera piemontese.

    L’ampelografo Marrocco, forse ad arte o inconsapevolmente, parla di un Barbera di Castelvenere. Probabilmente anche per opportunità commerciali, risultò conveniente proporre l’originale prodotto Camaiola, con il nome Barbera.

    Oggi è dimostrato, per indagine genetica, oltre che da una evidenza fisica, che non esiste alcuna similitudine tra l’uva Barbera Sannita e quella Piemontese. Proprio per questo motivo sono in atto formali procedure tese ad ottenere il riconoscimento e l’inserimento nell’ALBO NAZIONALE DELLE VITI come nuovo e storico vitigno, unico al mondo, che di fatto si produce in Castevenere e pochissimi altri comuni limitrofi.

  • Cos’è il Barbera del Sannio

    La Campania è una terra felice, dove Bacco ama scorrazzare libero con il suo seguito allegro, festoso e trasgressivo. La sua presenza si annusa ovunque, passando per le campagne piene di pianure, colline e anfratti paludosi, dove mille rivoli giocano a formare un fiume e viceversa.

    Dalle pianure, calcari bianchi svettano irti – e veloci – a raggiungere gli appennini del Matese e dell’Irpinia. In ognuno di questi habitat vi è una specie di vite che racconta la storia di un passato che è presente.

    Lo stupore che mi accese la scoperta di un vino talmente diverso dagli altri fino ad allora conosciuti mi fece domandare in quale terra fossi “atterrato”. Erano i primissimi anni di frequentazione di una zona che, solo all’apparenza, mi era apparsa normalmente bellissima. Anche se, a quei tempi, la Campania per me era solo una terra di passaggio. Qui i vini parlano di sé, ma se li sai ascoltare, ti connettono con la civiltà in cui sono stati selezionati nei secoli di scelte umanissime, marza dopo marza, in un rapporto intimo tra il contadino e la sua vigna.

    Il “Barbera del Sannio”, ancora lo chiamavamo così per un vezzo di un signore mercante “chissà chi” del primo Novecento, mi stupì per colore e soprattutto per odore e sapore. Non ce ne sono uguali, non ce ne sono di migliori nel suo genere. Allora non avevamo ancora capito bene le sue virtù, ma certo ci facemmo prendere da esse e ci fu caro Bacco quella notte.

    Il momento di raccogliere il Camaiola, vero nome di questo vitigno, quello che si lega alle tradizioni dialettali del Sannio, è determinato non dalla fredda curva di “maturazione tecnologica”, ma dal momento del suo gemere, quando cioè dalla bacca (ormai matura) scende una piccola lacrima solo a toccarla. Questa, in quel momento, deve essere turgida, florida, rigogliosa e così rossa da apparire quasi nera. Questo vitigno parla spontaneamente di sé e non dobbiamo interrogarlo con analisi chimiche e/o sensoriali, ma solo conoscerlo.

    Alla vendemmia le sue uve devono essere raccolte in cassette basse, quasi a coccolarlo, non si pigia l’acino e si fa fermentare senza stress. Al momento della svinatura tutto è pronto per farci inebriare dal suo profumo e dai suoi aromi, che si sprigionano al primo suo travaso ripagandoci di tutte le nostre fatiche.

    Ci sono più modi per far maturare il Camaiola: in botti di rovere o in modo fresco e giovanile.

    Il colore rimane sempre intenso, dal suo rosso rubino le sfumature vertono a riflessi violacei, mentre il suo odore avviluppa con il ricordo di frutti rossi, pepe e rosa: è bello tuffarsi alla scoperta di profumi che si esaltano a seconda del vino che se ne vuole trarre e, da lì, rimanere sospesi tra cielo e terra!

    Sì, perché la sua versatilità ha permesso a noi di tenerlo come vino giovane oppure di farlo maturare in botte, o ancora di crearne un rosato.

    Quando questo nettare si fa largo nella nostra bocca, il palato gusta la rotondità dei suoi tannini dolci e miti, ancora rimanda la mente alla pienezza delle bacche dei rovi, allo schiudersi dei loro fiori, alla polpa delle “cerase”.    

    Abbinamento cibo:

    rosato: primi piatti delicati in salsa rossa a base di carboidrati, zuppe di pesce, salumi.

    rosso fermo: Primi piatti in salsa rossa  a base di carboidrati, carni rosse, formaggi semistagionati non piccanti. Eccezionale con pesce saporito (per esempio il baccalà).

    Dolce Andromyda: primi piatti a base di salsa dolce, accostamenti caramellati e pasticceria  secca. E’ molto apprezzato anche da solo, riesce molto piacevole e appagante anche così.

    Firmato:
    La società del Bacco estinto. Rinato.

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